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mercoledì 29 settembre 2010

Eremo di Rosia



Il territorio di Sambuca Pistoiese, nell'Appennino tosco-emiliano tra l'alta Valle del Reno e quella percorsa dal torrente Limentra, fu centro feudale, poi podesteria e con le riforme leopoldine divenne sede di comunità.
Il castello di Sambuca è arroccato su un alto costone, in origine ben protetto da mura merlate, dominante sulla vallata del Limentra. Insieme alla corte di Pavana, faceva parte fin dal X° secolo dei domini del vescovado di Pistoia, come risulta da un diploma imperiale di Ottone III del 997, pur dipendendo dalla diocesi di Bologna. Posto a guardia della via Francesca della Collina, importante asse viario di collegamento tra Pistoia e la valle Padana, Sambuca fu a lungo un avamposto di notevole importanza strategica a difesa degli attacchi dei bolognesi, i quali nel 1204, approfittando della guerra tra fiorentini e pistoiesi, la occuparono.
Tornata in possesso del vescovado, la Sambuca fu da questo ceduta in feudo ai conti di Panico (1223) e nel 1256 il vescovo Guidaloste Vergiolesi ne investì la propria famiglia. Nel 1309 fu venduta al comune di Pistoia da per 11.000 lire. Dopo essere caduta in mano di Filippo Tedici (1324) e quindi di Castruccio Castracani, fu conquistata a metà del XIV secolo dai Visconti di Milano (signori anche di Bologna).
L'occupazione viscontea durò fino al 1360, quando i pistoiesi con un colpo di mano ne tornarono in possesso. Dal 1375 vi risiedette comunque un contingente fiorentino e dello Stato fiorentino entrò a far parte definitivamente dopo l'annessione di Pistoia (seppure subendo ripetuti attacchi ed invasioni nei secoli seguenti) come centro dipendente dal capitanato della montagna pistoiese.
Poco resta della duplice cinta muraria concentrica che avvolgeva l'abitato, scomparsi i due accessi, la Porta Pistoiese e la Porta Bolognese. Notevoli invece i resti della rocca, posta al vertice più elevato delle fortificazioni: avanzi del tracciato della mura - quasi interamente conservato - e la svettante torre del cassero, conservata per un terzo della sua altezza originaria che superava i 20 metri, con pianta pentagonale, resti di una bifora e del sottostante vano ad arco acuto di accesso.

Eremo di Rosia



La facciata dei locali monastici.
Lungo l'antica 'Via Massetana' poco distante dal Ponte della Pia che scavalca il torrente Rosia e dal Castello di Montarrenti troviamo i ruderi dell'Eremo, detto anche di Santa Lucia. Un tempo convento romitorio degli Agostiniani, fondato grazie al patrocinio dell'importante famiglia Senese degli Spannocchi, proprietaria della tenuta di Spannocchia, nella quale sorge la costruzione. Il primo documento nel quale è ricordato risale al 1225. Per tuto il medioevo il complesso fu importante punto di riferimento per viaggiatori e pellegrini che da Siena si recavano verso le Colline Metallifere e la Maremma.


Scarsi resti della Chiesa
Oggi non restano che poche tracce della Chiesa dedicata ai Santi Antonio e Lucia, una parte del presbiterio e le fondamenta dei muri del perimetro esterno, dai quali si deduce che l'edificio era ad unica navata coperto con volte a crociera e che le mura dovevano avere l'aspetto dicromo, dato dall'alternanza di fasce in cotto con altre in pietra calcarea. Ancora imponenti sono i resti dei locali monastici seppure anch'essi in rovina, bella la facciata sul lato del chiostro, oggi scomparso, nella quale si aprono grandi arcate sestiacute, dalle quali qualcuno ha pensato bene di asportare le cornici. Questo edificio fu adibito, fino a pochi decenni fa, a casa colonica della tenuta.


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